domenica 13 aprile 2014

PESACH 5774/2014 : UN TESTO DI RAV BRUNO. G.POLACCO (z.l.) per PESACH 5725 (Pasqua Ebraica 1965)

PESACH 5725 (Pasqua Ebraica 1965)

Trascrizione di un testo redatto da Rav Bruno G. Polacco (z.l.), Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Livorno, presumibilmente per un intervento al Tempio Maggiore in occasione di Pesach.

Non sono state riportate le citazioni in ebraico, comunque riprese anche in italiano.

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Nessun avvenimento storico-religioso, fra i molti che arricchiscono la nostra storia, ha mai influenzato la vita sociale religiosa, morale e giuridica d’Israele, quanto l’evento che da millenni indichiamo col nome di Pesach (Pasqua), o con le espressioni di “uscita dall’Egitto”,”festa delle azzime”, oppure “epoca della nostra indipendenza”.

Nella Torà, in cui ha pieno valore di “precetto affermativo”, il dovere di rimembrare oltreché di celebrare di anno in anno in forma degna i fatti che,nel loro complesso,resero possibile l’esodo di un intero popolo dal paese in cui aveva trascorso 430 anni di durissima schiavitù, è più volte enunciato e ciò prova  in modo probante l’importanza e l’influenza che l’evento ha esercitato in ogni settore del pensiero ebraico.

Non poche sono infatti le mitzvot (precetti ,ndr) che ad esso esplicitamente si ispiranoo addirittura da esso traggono origine.

 

Vedasi ad esempio, tanto per citarne alcune : in Shemoth (Esodo-ndr), agli effetti dell’enunciazione e della prescrizione del monoteismo assoluto che dovranno praticare gli Ebrei,nel comandamento, Dio collega questo tipo di culto che esige dal suo popolo con l’Uscita dall’Egitto; e in Devarim (Deuteronomio-ndr), dove il Decalogo è ripetuto con lievi varianti, il ricordo dell’epico evento è strettamente connesso al precetto dell’osservanza del sabato; le stesse festività di Shavuoth e di Succot – che con Pesach formano il trio delle ricorrenze gioiose dette i “tre pellegrinaggi” perché in esse ogni ebreo aveva l’obbligo di presentarsi al Tempio di Gerusalemme ed ivi esternare la sua letizia – e le mitzvot (precetti – ndr) dei tefillin (filatteri) e dello zizit (al plurale ziziot ,le quattro frange che si trovano agli angoli del talit,il “manto da preghiera” – ndr), tutte si richiamano al “ricordo dell’esodo dall’Egitto” ; un’ultima ne citiamo,il cui elevatissimo valore morale, e sociale, non ha bisogno di commento tanto è evidente : la prescrizione di rispettare il forestiero che viva im ambiente ebraico,perché, dice la Torà “voi che siete stati forestieri in terra d’Egitto,conoscete lo stato d’animo del forestiero”.

 

E come un eco fedele, ininterrotto e concorde, alle norme della Legge, il pensiero dei Maestri che ricevettero la Torà dai successori di Mosè e gelosamente la conservarono immutata nella lettera e nello spirito, sottolinea l’importanza dell’evento pasquale e la influenza da esso esercitata su tutto lo svolgimento della vita ebraica nel decorso dei secoli,caldamente perorandone il perenne ricordo.

Dice la Torà (Deuteronomio XVI°,3) : Affinchè tu ricordi il giorno della tua uscita dal paese d’Egitto, tutti i giorni della tua vita”, ed essi, i Dottori della Legge, gli interpreti per antonomasia  del Verbo divino, i minuziosi indagatori del testo biblico perennemente intenti ad acquistarne una sempre più vasta cognizione,accademicamente osservano : - Nel versetto in esame la parola “tutti”, appare superflua  in quanto anche se omessa dal contesto, il senso della frase non ne verrebbe minimamente a risentire; ma poiché la Torà non indulge al pleonasmo e in essa nemmeno una sola lettera è ridondante, l’inserimento di questa parola deve avere un ben determinato fine, Un fine ovviamente educativo, visto che la Torà ha funzione eminentemente educativa : quindi, un insegnamento; implicito, perché espresso tramite un “remez”, cioè a dire un accenno fugace, diretto a coloro che essendo colti , sono in grado di afferrarlo e di illustrarlo a chi sia meno edotto di loro. E quale è,dunque,questo insegnamento? L’insegnamento è questo, chiosano i Dottori - : “Se la Torà avesse detto semplicemente “i giorni della tua vita”,il significato del versetto sarebbe stato quello “che il ricordo dell’Uscita dall’Egitto deve accompagnare l’uomo ebreo per il corso completo della sua vita terrena”, ma avendo aggiunto quel “tutti”, essa ha voluto specificare “tutti i cicli di tua vita”, tutti cioè quei periodi di tempo in cui avrai la vita.

In altre parole, “ogni qualvolta l’ebreo trascorra quel periodo di tempo che in termini umani è detto vita”, egli è tenuto a ricordare il suo esodo dal paese del Nilo, “perfino nel corso di quella vita che gli è riservata nei tempi messianici”.

Ciò premesso, è ben naturale ricercare, a titolo di “derash” festivo (tipo di lezione-ndr),quale sia il motivo che ha dato all’Uscita dall’Egitto tanta importanza e la ragione per cui esercitare un’influenza tale da compenetrare di sé l’Ebraismo in ogni sua mani9festazione.

 

Scontato il valore del fatto storico-politico in sé stesso, e cioè che Pesach ha dato al popolo ebraico quella libertà che gli ha consentito  di divenire quello che è divenuto; ammesso l’incontrovertibile  asserto che, senza Pesach, non avrebbero potuto aver luogo quegli eventi che le furono conseguenti  e che originarono le altre ricorrenze che li celebrano, l’elemento unico cui trarre la risposta al quesito  nostro è il concetto di indipendenza, libertà, nella sua più ampia accezione  e autonomo da ogni e qualsiasi ragione pertinente  alla religione e alla storia di Israele, elevato al grado di principio fondamentale dell’etica sociale.

Israele che, memore della promessa che Dio aveva fatto agli antichi Padri di liberare i loro discendenti dalla schiavitù che avrebbero sofferto in Egitto, Israele che aveva sopportato  per secoli pene materiali e morali in attesa dell’evento che gli avrebbe consentito di godere, meritatamente, il bene inestimabile della libertà e che, a prezzo di una durissima prova protrattasi per generazioni era pervenuto all’acquisizione dell’esperienza necessaria a comprenderne l’incomparabile valore, non avrebbe potuto intendere il senso e il fine di una legge che non fosse pervasa – nella lettera e nello spirito, nella teoria e nella prassi-di libertà.

Ciò, a nostro avviso,spiega anche il perché dinanzi al Sinai, all’atto solenne della promulgazione della Torà, Israele disse a Mosè “eseguiremo e poi ascolteremo”, come a dire : “le spiegazioni atte ad illustrarci questa Legge ce le darai in seguito”, ben sapendo che una legislazione generata dalla libertà non poteva contenere che norme fondate sulla libertà e accettabili in piena libertà di coscienza.

 

Giusto appunto quanto Dio gli aveva detto tramite il Legislatore : “Questa legge che io oggi ti prescrivo di osservare non è da te disgiunta o lontana; anzi, ti è molto vicina: è nella tua mente e nella tua bocca,perché tu la possa eseguire.”

Ecco perché la Torà, fondendo indissolubilmente i concetti di “libertà” e di “giustizia” in quanto dove non c’è libertà non c’è nemmeno giustizia, richiama incessantemente alla mente dell’uomo ebreo e al suo cuore l’idea della “libertà” e, in nome di essa, tutela l’orfano, la vedova, l’indigente,lo schiavo e il forestiero.

Se così non fosse, se l’ideale della libertà non impregnasse di sé la Torà, la Legge che con commovente, indefettibile, fedeltà i nostri padri ci hanno conservato e trasmesso come il nostro supremo bene, non avrebbe carattere d’eternità né potrebbe sopravvivere, intangibile, ai periodi in cui la libertà sia politica,sia sociale che religiosa si riduce a pura espressione verbale quando addirittura non viene soppressa.

E noi, ahi noi,di simili periodi, a tutt’oggi,ne abbiamo conosciuti anche troppi!

Di ciò perfettamente edotti,i nostro venerati Maestri, non solo non hanno trascurato occasione per sottolineare questo peculiare concetto della Torà, ma altresì ne hanno tratto il monito implicito che, ogni qualvolta ci si allontani da esso,si verifica “la negazione del principio fondamentale e basilare” della libertà e, in conseguenza,della Torà stessa che su di esso verte.

Monito grave per chi come noi è così sensibile alla libertà di coscienza,di fede e di ideali, ma nello stesso tempo, fervida esortazione alla fiducia in Colui che alla prima liberazione farà seguire quella finale preconizzata dai Profeti, se sapremo rimanere fedeli al principio millenario della libertà e vorremo mantenerlo vivo ed operante in noi.

Voglia Iddio concederci per molti anni di mostrarci come se fossimo usciti dall’Egitto, e nei nostri giorni si avveri il detto midrashico : “in Nissan furono redenti e in Nissan lo risaranno ancora”

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Nel far mio l’auspicio, rivolto a noi tutti, esplicitato nel finale del discorso, formulo

Il tradizionale augurio di


מוֹעֲדִים

לְשִׂמְחָה

חַגִּים

וּזְמַנִּים

לְשָׂשֹׂוֹן

 

Gadi Polacco




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sabato 12 aprile 2014

PESACH 5774 - PASQUA 2014

PESACH 5774 - PASQUA 2014
Ci siamo, sia con Pesach (la Pasqua ebraica,da lunedi sera e per otto giorni) che con la Pasqua cristiana,in avvicinamento, che vede quest'anno confluire nello stesso giorno anche quella ortodossa. Pertanto auguri a tutti i credenti che si accingono a festeggiare e,come sempre, ottime cose anche a tutti gli altri, diversamente credenti o non credenti.Questione di vera Laicità....


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lunedì 24 marzo 2014

Un'affollata e riuscita iniziativa : gli alunni della 5b delle scuole livornesi "B.Brin" mettono in scena la Meghillat Ester (il racconto di Ester)



Ad una settimana precisa dalla festa ebraica del Purim (14 Adar- 16 Marzo), presso il teatrino delle Suore Calasanziane di Via del Bosco, i bambini della classe 5b  della scuola statale "Benedetto Brin", di Livorno, hanno rappresentato la Meghillà di Estèr, libro che in occasione di quest'antica festività  in tutte le comunità ebraiche del mondo viene letta e rappresentata a memoria della salvezza dallo sterminio , programmato dal Primo Ministro persiano Amàn e avallato dal re Achashverosh (Assuero , identificato in Serse I ) : con la stessa velocità il monarca, fortunatamente, muterà parere quando sarà la nuova regina, Estèr sorretta dallo zio Mordechai, a rappresentargli l'ordita strage di quello che era il suo popolo d'appartenza,essendo anch'essa ebrea..

E’ stato questo un vero evento perché probabilmente,almeno in Italia, per la prima volta
  dei bambini che non appartengono ad una comunita' ebraica rappresentano questa vicenda..

Gli alunni ottimi protagonisti della messa in scena,sono stati da tempo preparati dalla loro insegnante Monica Leonetti Cuzzocrea, docente assai attenta alle tematiche del dialogo ( non a caso una delle colonne dell'Associazione d'Amicizia Ebraico Cristiana di Livorno) ,la quale ha avviato un vero e proprio percorso che ha dapprima visto i bambini della classe visitare la Sinagoga,per passare poi  alle “Pietre d’Inciampo” proseguendo  con lo studio dell’Antico Testamento e della Shoà, che ha avuto due momenti significativi : la lezione del Maestro Carlo Goldstein ( affermato direttore d'orchestra che ha esordito con grande successo a Livorno, al Goldoni nello scorso novembre, dirigendo "Carmen"))  poi con il Giorno della Memoria al Liceo Niccolini Palli.

Lungo questo percorso e in particolare per la preparazione della rappresentazione teatrale di Purim, ha collaborato con l'insegnante Leonetti Cuzzocrea la collega Loretta Modigliani Novelli, per anni docente presso la Scuola Ebraica di Milano che ha svolto un ottimo lavoro testimoniato, tra l'altro, dall'ottima preparazione dimostrata dai giovani attori e dalla loro eccellente pronuncia nei brani cantati in ebraico.

L'iniziativa è stata dunque il compimento di un percorso dove i bambini hanno potuto mostrare la loro approfondita conoscenza accompagnata da una buona padronanza della mente e del corpo, recitando, cantando e ballando testi per loro di certo non abituali.

Sul piano educativo questa esperienza ha contribuito ad una crescita morale e spirituale, improntata al dialogo, all’amicizia, al rispetto e all’amore reciproco nei confronti dell’altro: anche il Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Livorno ha voluto esprimere, con un proprio messaggio,  il  ringraziamento nei confronti di coloro che hanno reso possibile questo evento e apprezzamento per lo stesso.
Il momento dei meritati applausi ai giovani artisti

lunedì 10 febbraio 2014

10 FEBBRAIO: GIORNATA DEL RICORDO DELLE FOIBE

Faccio mio quanto scritto oggi da Progetto Dreyfus sulla pagina Facebook dell'associazione.
Mi pare un'ottima sintesi .
Gadi Polacco
www.livornoebraica.org

10 FEBBRAIO: GIORNATA DEL RICORDO DELLE FOIBE

Ricordare le vittime innocenti delle foibe è un dovere storico e sociale. Per troppo tempo la storia è stata insabbiata e minimizzata: è giunto il momento che l'Italia si guardi allo specchio e ricostruisca una memoria condivisa.

Senza ipocrisie politiche, senza la strumentalizzazione di paragoni insignificanti con le altre tragedie, gli italiani trucidati in quella pagina buia della storia devono essere ricordati e onorati.

Ricordare un massacro non deve significare scordarne un altro, né ha senso intraprendere una gara a chi ha più vittime. Ogni tragedia ha le sue vittime, i suoi carnefici, le responsablità di chi tacque.

PROGETTO DREYFUS NON DIMENTICA.






domenica 26 gennaio 2014

Le teste di maiale inviate a Comunità Ebraica di Roma, Museo Ebraico della Capitale e Ambasciata d'Israele : reazioni anche a Livorno



I media ci riportano oggi le tante reazioni al gesto provocatorio, almeno nelle insane intenzioni degli autori, realizzatosi nel tentativo di far pervenire alla Comunità Ebraica di Roma,al suo Museo e all'Ambasciata d'Israele tre teste di maiale "condite" delle solite offese antisemite.

In calce a queste righe un'intervista rilasciata dal Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni,  mi pare che ben inquadri la cosa e deluda le aspettative degli autori che,evidentemente, contavano anche sull'effetto derivante dall'accostamento con l'imminente Giorno della Memoria che, ricordiamolo, riguarda tutte le diverse vittime della ferocia nazifascista.
Se avessero avuto cervello (capisco che è chiedere troppo,peraltro avendo essi dimostrato anche elevata ignoranza nel pensare che delle teste di maiale avrebbero potuto produrre chissà quali scombussolamenti...), gli ideatori del gesto forse avrebbero realizzato l'effetto boomerang che hanno prodotto,senza contare che le numerose iniziative che ricorderanno ciò che è accaduto allora,ben documentato e provato alla faccia dei negazionisti che nemmeno da noi mancano,costituiscono la miglior risposta e la tangibile prova della povertà mentale di simili personaggi.
Reazioni anche a Livorno, spesso semplicemente e spontaneamente attraverso messaggi personali: Caterina Meucci  (Ass. Amicizia Ebraico Cristiana) scrive  "ho appreso stasera  (26.01.14 ndr ) quanto avvenuto a Roma ed ho provato un grande sconcerto, perché non avrei mai creduto che si potesse arrivare ancora a comportamenti di tale gravità che ci feriscono tutti profondamente.Rinnovo a tutti voi e alla Comunità di Roma la mia particolare vicinanza in questo momento e tutto il mio impegno".
Sempre in ambito Ass. Amicizia Ebraico Cristiana anche Monica Cuzzocrea esprime "lo sdegno e il dolore per il nefando episodio di Roma", rinnovando impegno per combattere i rigurgiti antisemiti ed esprimendo affetto a tutta la Comunità"
(le indicazioni circa i messaggi non hanno ovviamente valore esaustivo)

COMUNITANDO
( a cura di Gadi Polacco)
www.livornoebraica.org

INTERVISTA AL RABBINO RICCARDO DI SEGNI
L'intervista. Di Segni: gesto vile ma la città è con noi di Francesca Nunberg * Nel Levitico è scritto «E anche il porco, che ha l'unghia spartita ma non rumina, lo considererete impuro». Secondo la kasherut, l'insieme delle regole alimentari ebraiche, il divieto di cibarsi di carne di maiale è imprescindibile, condiviso con l'Islam. Nel libro della scrittrice americana Elizabeth Strout "I ragazzi Burgess", uscito qualche mese fa, la storia comincia con un giovane che lancia una testa di maiale insanguinata all'interno di una moschea, suscitando scandalo e ritorsioni; difficile però che gli autori di questa macabra provocazione abbiano preso spunto da lì. Ne parliamo con il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni. Dal punto di vista dottrinale cosa significa il maiale per gli ebrei? «Non lo mangiamo, è vietato dalla Bibbia. Ma i pacchi con le teste dei suini non rappresentano una specifica offesa nei confronti degli ebrei. I musulmani se la sarebbero presa molto di più». Quindi come legge questo episodio? «Credo che risponda ad altri codici, mafiosi, forse calcistici. Per capirlo bisognerebbe però entrare nella testa di chi ha compiuto questo gesto. O in quel poco di testa che gli è rimasta». Comunque un'azione più spregevole che inquietante? «Sicuramente un gesto di disprezzo nei confronti della nostra cultura. Di trasposizione, ma anche di semplificazione: voi non lo mangiate e noi ve lo mandiamo a casa». Che gli autori siano dei balordi potrebbe essere un'interpretazione ottimistica... «Qui c'è poco da essere ottimisti. Ma non bisogna neanche esagerare». Crede anche lei che i pacchi spediti a ridosso del Giorno della Memoria non siano una coincidenza? «I fatti sono legati. Vuol dire che c'è ancora gente che non ha capito il senso del ricordo, che esistono "attivisti" non meglio identificati in grado di mettere in atto queste scempiaggini, direi meglio queste porcherie, visto che di porco stiamo parlando. Oltretutto uno dei destinatari dei pacchi è il museo di Trastevere dove è stata appena inaugurata la mostra sui giovani che ricordano la Shoah». C'è chi dice che la Giornata rischia di trasformarsi in una noiosa celebrazione. «Diciamo invece che non bisogna stancarsi di cercare continuamente la chiave giusta per fare arrivare a tutti il significato di questa dolorosa ricorrenza. Che forse non arriva, o arriva parzialmente». II sindaco Marino ha detto: chi oltraggia gli ebrei offende Roma. Pensa che sia così? «Chi ha confezionato quei pacchi non rappresenta la città». Dunque lei non considera quelle teste di maiale un salto di livello nell'antisemitismo strisciante, in Italia e ancor più in altri Paesi europei? «Mi pare che la novità sia la forma mediatica, questo mi ha sorpreso stamattina quando l'ho saputo. Diciamo la "creatività" di questo gesto che comunque si inserisce nel flusso di ostilità antiebraica mai definitivamente debellata. Che ha diverse matrici: politica, sia di sinistra che di destra, religiosa, islamica, il discorso sarebbe lungo». Quindi come reagire? «Restando sempre vigili. Ma io stanotte andrò a dormire». Francesca Nunberg. *** Pubblicato su Il Messaggero del 26 gennaio 2014






lunedì 13 gennaio 2014

Il 16 gennaio (con inizio il 15 sera) la festa ebraica del "Capodanno degli alberi" (Tu Bishvat)

COMUNITANDO

www.livornoebraica.org


Il capodanno degli alberi

Molte fra le ricorrenze ebraiche servono a ricordare i cicli naturali. Una festività particolare, totalmente dedicata agli alberi è il Capodanno degli alberi, Rosh Ha-Shanà Lailanot, conosciuta anche con la data ebraica in cui cade: Tu bi-Shevat, cioè quindici del mese di Shevat. In ebraico ogni lettera ha anche un valore numerico e Tet e Vav che formano la parola "Tu" equivalgono numericamente a 15. Tu bi-Shevat cade in giorni in cui il clima è particolarmente freddo; in Israele, dove in genere il clima è meno freddo, questo giorno viene indicato come il giorno in cui cominciano a fiorire i mandorli, e si può cominciare a sperare in un prossimo arrivo della primavera.
Questa festa è menzionata nel Talmud, e dà adito a una delle innumerevoli dispute tra Maestri. Sulla data in cui festeggiare Tu bi-Shevat si confrontano le due grandi scuole dei due grandi Maestri: Shammai e Hillel. Secondo l'opinione del primo il Capodanno degli alberi doveva essere festeggiato il primo giorno del mese di Shevat, mentre nell'opinione di Hillel doveva essere festeggiata il 15. Come noto in questa e in molte altre controversie si segue l'opinione di Bet Hillel. Interessante sottolineare come i due punti di vista, comunque, siano specchio di una diversa e contrapposta concezione tra potenza e atto: la scuola di Shammai ritiene che vadano prese in considerazione le cose già in "potenza", mentre quella di Hillel considera solo ciò che è in "atto". Nello specifico il problema è se considerare già germoglio ciò che ancora non è visibile, ma esiste solo in potenza. Un po' come in certe culture si contano gli anni fino dal momento del concepimento e non da quello della nascita. Sempre a proposito di nascite ed alberi, nella tradizione ebraica quando nasce un bambino si usa piantare un albero. A tempo debito, i rami di quello stesso albero serviranno per costruire la chuppà, cioè il baldacchino nuziale.
In passato la ricorrenza serviva a determinare quali decime dovessero essere presentate al Santuario in un anno: i frutti maturati prima del 15 di Shevat si considerano appartenenti ad un anno, quelli maturati dopo questa data, si considerano appartenenti all'anno seguente. Inoltre questa festività serviva a stabilire quando erano trascorsi i primi tre anni di vita dell'albero, nel corso dei quali era proibito goderne i frutti.
Questa festività è molto amata dai bambini ed in Israele si vedono intere scolaresche armate di picconi in miniatura che eccitati mettono a dimora nella terra ciascuno il suo alberello. Ma si usa anche mangiare un frutto "nuovo" e si fa il Seder Tu Bi-Shevat, una sorta di pasto a base di frutta, durante il cui svolgimento, così come si fa nel più noto Seder di Pesach, si leggono brani della tradizione e si recitano particolari preghiere.
(dal sito UCEI)




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domenica 12 gennaio 2014

Festività islamica

Ricorre oggi la festività islamica che ricorda la "nascita del Profeta".
Auguri quindi a quanti sono in festa.

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